sabato 7 dicembre 2013

IAM e fratelli Ricci: ambizioni transatlantiche a Napoli

Idrovolante intercontinentale "Ricci 4", per 155 passeggeri

E' uno strano anno, il 1919. La più terribile guerra che abbia mai attraversato l'Europa è appena finita e lo stato d'animo oscilla tra il desiderio di ottimismo per il futuro e l'incombere di nuove contraddizioni. In campo aeronautico è il momento difficile della riconversione del grande apparato produttivo bellico verso fini civili. Conversione che – lo si sa ma non lo si dice – non potrà salvare tutto. L'applicazione pratica più immediata dell'aeroplano è quella postale: la posta occupa relativamente poco spazio e peso e si avvantaggia immediatamente della maggiore velocità del mezzo aereo. Ma ci sono idee più ambiziose.

In Italia, il caso più famoso è quello di Caproni, che non solo tentò di convertire i suoi trimotori da bombardamento in curiosi e tutt'altro che pratici precursori degli aerei di linea, ma tentò quell'incredibile esperimento che fu il noviplano per trasporto intercontinentale, una macchina destinata a raccogliere i sorrisi di scherno e lo stupore di ammirazione delle generazioni successive.

E' meno noto che la stessa “febbre” viveva a Napoli ad opera della IAM: Industrie Aviatorie Meridionali, e soprattutto dei suoi progettisti, i fratelli Ettore ed Umberto Ricci.